Testimonianze

Testimonianze di Fede

Il colloquio tra Gesù e Pietro sulla riva del lago di Tiberiade

 

Il colloquio tra Gesù e Pietro sulla riva del lago di Tiberiade

 

            Lettura del testo: Gv cap 21.

 

            Quasi tutti i commentatori considerano il capitolo 21 un’aggiunta posteriore, ritenendo Gv 20:30-31 la vera chiusa del Vangelo. Ecco la nota della “Bibbia di Gerusalemme” all’inizio del capitolo 21: Aggiunto o dall’evangelista stesso o da un suo discepolo. Chi accetta la seconda ipotesi, si chiede poi se questa parte fu aggiunta vivente ancora l’apostolo o subito dopo la sua morte. Nel caso dell’apostolo ancora vivente, viene fatta valere l’espressione “questo è il discepolo che rende testimonianza... e che ha scritto queste cose” (24), che si riferirebbe all’intero Vangelo. Per sostenere invece che il capitolo 21 fu scritto dopo la morte dell’evangelista, si fa riferimento al v. 23: in realtà (23a) si era diffusa la voce che Giovanni sarebbe rimasto in vita fino al ritorno del Signore, secondo la promessa attribuita allo stesso Gesù, e questa convinzione era confermata dal fatto che quell’apostolo era diventato vecchissimo. Ma poi invece ad un certo punto Giovanni era morto, e per evitare che si dicesse che Gesù si era sbagliato, ecco la precisazione (23b): “Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: “Se voglio che rimanga finché io venga, che t’importa?”.

 

            Dal v. 1 al v. 22 si svolge il racconto della Terza Manifestazione del Cristo Risorto (il verbo greco efanérosen, aor. pass. di faino, significa apparire, diventar visibile, manifestarsi). Il v. 14 precisa che “questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti”. Appare evidente (cap. 20) che lo scrittore considera come Prima Manifestazione quella di Gesù ai discepoli riuniti in assenza di Tommaso il giorno stesso della risurrezione, e come Seconda Manifestazione quella di otto giorni dopo, presente Tommaso. Non vengono quindi conteggiate le apparizioni a Maria Maddalena (Gv 20:11-18), alle donne (Mt 28: 9) e ai due discepoli di Emmaus (Lu 24:13-32; Mc 16:12). (Resta difficile da spiegare l’apparizione a Simone di Luca 24:34, per la quale non ci sono riscontri negli altri Vangeli, e a cui forse fa riferimento 1 Co 15:5).

            Cerchiamo di immedesimarci nello stato d’animo dei discepoli, e soprattutto di Pietro. Dopo la Seconda Manifestazione, tutti quanti erano rimasti a Gerusalemme per un’altra settimana, forse due, ma Gesù non si era più fatto vedere. Probabilmente quegli anni passati con lui erano stati soltanto un sogno, tanto valeva allora tornarsene in Galilea. “Io vado a pescare”, dice Pietro. “Veniamo anche noi”, rispondono gli altri.

            E’ interessante scorrere l’elenco di questi pescatori. Oltre a Pietro, c’è Tommaso, quello che alcuni giorni prima aveva toccato le ferite di Gesù risorto esclamando: “Signor mio e Dio mio!”. C’è Natanaele (chiamato anche Bartolomeo), della città di Cana, e i due figli di Zebedeo, cioè Giacomo e Giovanni, di cui è detto chiaramente in Mt 4: 21,22 che erano pescatori. In tutto erano sette. I due non nominati potrebbero essere Andrea, fratello di Pietro, e Filippo, amico di Natanaele.

            Ricordiamo che Pietro, con Giovanni, la mattina della Risurrezione aveva verificato il vuoto della tomba, e Giovanni, secondo il suo stesso racconto, “vide e credette” (Gv 20:8). Ma qual è il risultato? “Vado a pescare”, dice Pietro; “veniamo anche noi”, rispondono gli altri. Se uno fa una stupidaggine, ce ne sono sempre molti altri disposti a seguirlo. Si potrebbe andare ad annunziare la risurrezione. No: andiamo tutti a pescare. Nella chiesa come altrove, quando uno va a pescare dei pesci quando si potrebbero pescare delle persone, garantito che si segue chi va a pescare dei pesci. Ma Gesù non è risuscitato perché possiamo andare a pescare dei pesci, cioè a fare i fatti nostri.

            Comunque, i discepoli si affaticano tutta la notte senza prendere nulla (così allo scoraggiamento e alla stanchezza si aggiunge anche la frustrazione: non sono più capaci neanche di pescare!). Non ci sorprende pertanto che rispondano quasi meccanicamente all’invito di quello sconosciuto che gli dice di calare nuovamente la rete.

            Ne consegue una pesca eccezionale. L’episodio ha delle interessanti somiglianze con la “pesca miracolosa” di tre anni prima (Lu 5:1-11 e rif.). Quando finalmente la rete si gonfia per l’enorme numero dei pesci, Giovanni per primo capisce che lo sconosciuto è proprio il Signore: lo dice subito a Pietro, il quale agisce in modo impulsivo, com’è suo costume (7b). Chissà se in quel momento i discepoli rammentano le parole di tre anni prima: “Sarete pescatori di uomini!” (Mr 1:17). Gesù sta ad attenderli a riva; certamente vuole rinnovare la chiamata, ma questa volta non adopera parole: ha acceso un fuoco e ha preparato la colazione.

            Gesù chiede ai discepoli di portare anche qualcuno dei pesci che hanno appena pescato (10). Pur non avendo bisogno di nulla  -  siamo noi ad avere bisogno di Lui  -  egli desidera la nostra collaborazione. L’imbarazzo dei discepoli è al culmine: sanno che è il Signore, anche se nessuno osa domandarglielo (12), e si aspettano anche una solenne lavata di capo. Ma Gesù distribuisce loro il pane e il pesce senza dire una parola, ed essi neppure.

            In modo particolare Pietro, dalla famosa notte dell’arresto, vive con un problema: il suo rapporto con Gesù, prima particolarmente stretto, si è inesorabilmente guastato. Gli altri discepoli lo sanno, lo guardano con imbarazzo, e nessuno osa parlargliene a tu per tu. E Pietro non osa rivolgersi al Signore per chiedergli perdono. Gesù allora assume l’iniziativa e lo prende in disparte con grande delicatezza. Così, dopo colazione, ha luogo il famoso “colloquio”.

 

            Più che un colloquio, lo potremmo definire un interrogatorio. E’ un interrogatorio penoso ma necessario. Durante il suo ministero Gesù aveva detto: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherè davanti agli uomini, anch’io rinnrgherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10:32,33).

            Gesù fa la prima domanda chiedendo agapàs me = mi ami. Il verbo greco agapao significa amare in modo nobile e incondizionato. Pietro risponde filò se = ti amo (ti voglio bene, N.R.). Il verbo greco fileo indica invece un tipo di affetto considerevole ma non incondizionato. Nella seconda domanda Gesù usa ancora il verbo agapao e Pietro risponde con fileo, mentre nella terza domanda Gesù usa fileo, come Pietro. Vorrei far notare che, per quanto mi risulta, finalmente per la prima volta la N.R. ha messo in evidenza in italiano la differenza tra agapao e fileo traducendoli rispettivamente con i verbi amare e voler bene. (Anche la TILC l’aveva fatto, però usando amare al posto di voler bene pure nella terza domanda di Gesù, vanificando così il ricupero del significato del testo originale).

            Va ancora osservato che la prima domanda di Gesù a Pietro è una domanda doppia. Gesù infatti chiede a Pietro: ”Mi ami (nel senso di agapao), e se sì, mi ami più di questi altri che ti sei portato dietro a pescare?”. Pietro, nel passato, aveva fatto delle dichiarazioni reboanti, si era lanciato a camminare sull’acqua, si era offerto come paladino e difensore, aveva sfoderato la spada... Una volta, era stato il solo a fare una dichiarazione veritiera sulla figura del Cristo, meritandosi per questo un elogio solenne. Gesù aveva abitato nella sua casa, a Capernaum, come si deduce da Mr 1:29, dove è detto espressamente che Gesù si recò nella casa di Simone (ossia Pietro) e Andrea. E probabilmente, da quella volta, quando faceva rientro a Capernaum dopo i suoi viaggi, Gesù si fermava lì, e quella veniva considerata la sua casa, come risulta da Mr 2:1: “Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum, e si seppe che era in casa”. Nell’episodio del pagamento della tassa del Tempio, riferito da Matteo (17:24-27), si vede Pietro che sta sulla porta di casa a parlare con gli incaricati della riscossione, mentre invece Gesù era dentro. La domanda degli esattori: ”Il vostro Maestro non paga le didramme?”, presuppone che questi ne conoscessero bene il recapito.

            Dunque, Pietro e Gesù avevano abitato a lungo nella stessa casa, e si doveva essere determinato fra loro un notevole affiatamento. E quando Gesù gli predice che lo avrebbe rinnegato tre volte (Gv 13:38), Pietro aveva appena finito di dire che sarebbe stato pronto a dare la sua vita per il Signore. Ma ora, a prescindere dalla delusione per la fine tragica del Maestro e l’incapacità di comprendere quelle sue strane apparizioni e sparizioni, il fatto è che ha perso la fiducia in se stesso. In effetti Gesù sta permettendo a Pietro di rivivere con lui i ricordi dolorosi che lo opprimono, quelli di quando aveva rinnegato il suo Maestro per tre volte, imprecando e giurando di non averlo mai conosciuto (Mt 26:72,74). Ma poi, al canto del gallo, Gesù si era voltato e i loro sguardi si erano incontrati (cfr. Lu 22:61), e Pietro allora, presa coscienza della sua vigliaccheria, pieno di vergogna se ne era uscito fuori a piangere amaramente.

            E quindi ora, anche se tutti gli altri si dimostrano frustrati e pusillanimi, lui, Pietro, non può certo sentirsi migliore di loro. Perciò alla seconda parte della prima domanda non risponde. E quanto alla prima parte, sente onestamente che non può andare oltre il fileo. Perciò dice: “Tu lo sai”. E come c’erano stati tre rinnegamenti, ora il Maestro gli fa la domanda tre volte, il che spiega perché Pietro alla fine si senta “triste” e risponda “Signore, tu conosci” (17).

            Si può fare una considerazione anche a proposito dei verbi usati nelle risposte di Pietro: “Signore, tu sai” (gr. oida), e “Signore, tu sai ogni cosa, tu conosci” (gr. ghinosko). Il secondo termine dà l’idea di una conoscenza più profonda, basata sull’esperienza diretta.

            Va poi messo in evidenza anche il differente significato dei verbi usati nelle tre esortazioni a Pietro: nella prima e nella terza è usato il verbo bosko, tradotto con pascere, e nella seconda il verbo poimaino, tradotto con pasturare. Si può dire che i due verbi descrivono tutti i tipi possibili di cure che si debbono avere per il gregge.

            Un’altra differenza si trova nella definizione dei componenti del gregge di cui Pietro dovrà prendersi cura: nella prima esortazione sono indicati gli agnelli (gr. arnìa), nella seconda e terza esortazione le pecore (gr. pròbata). I termini usati fanno pensare che un cristiano al quale è affidato un ministero pastorale non si troverà soltanto a dover accudire degli agnelli, ossia dei membri di chiesa semplici e con poca esperienza, ma anche delle pecore, cioè degli elementi maturi e talvolta ribelli e immeritevoli di attenzione. Se dunque davvero Pietro è disposto a diventare un pastore di anime, dovrà sondare il suo amore per Gesù, il vero Pastore che dà la sua vita per le pecore. E soprattutto dovrà pensare che tutti, agnelli e pecore, sono di Gesù: “Pasci i miei agnelli; pastura le mie pecore”.

 

            Pietro riceve da Gesù, col perdono e la riabilitazione, anche l’annuncio del suo futuro martirio. L’espressione “ti cingevi da solo” (gr. ezonnues, da zonnuo = cingere, mettere la cintura, vestirsi), sta ad indicare il modo con cui gli antichi si apprestavano al viaggio. (La CEI traduce in modo più esplicito “ti cingevi la veste da solo”). L’espressione “cingersi (i fianchi)” era usata anche in senso estensivo col significato di “apprestarsi a fare qualcosa”. In 1 P 1:13 è usata addirittura in senso metaforico riguardo alla mente: “Cinti i fianchi della mente”, che ora la N.R.  -  ricalcando la CEI  -  rende con “Dopo aver predisposto la vostra mente all’azione”, mettendo in nota la traduzione letterale.

            La predizione di quel che gli succederà da vecchio si riferisce ovviamente al martirio di Pietro. L’accenno alle mani stese secondo alcuni indicherebbe la posizione in croce, in quanto Pietro, secondo la tradizione fu crocifisso a testa in giù (a Roma sotto Nerone, nell’anno 66). Dal v. 19a si deduce che l’autore del cap. 21 era al corrente dell’avvenuta morte di Pietro. E’ notevole il concetto di “glorificare Dio con la propria morte”.

            Poi, dopo avergli predetto il futuro martirio, Gesù ordina a Pietro: “Seguimi” (19b). Pietro aveva già ricevuto in passato da Gesù l’ordine di seguirlo (Mt 4:19). Ora, dopo tre anni, Gesù glielo riconferma. Pietro non ha più dubbi ormai: è stato riabilitato e ha un piano già predisposto fino alla fine dei suoi giorni.

 

            Sola Riabilitazione o anche Investitura? L’interpretazione cattolica

 

            Come è noto, gli interpreti cattolici insistono molto sull’investitura. Ecco il lapidario commento della BJ: “Alla triplice professione di attaccamento di Pietro, Gesù risponde con una triplice investitura. Affida cioè a Pietro il compito di reggere in suo nome il gregge (cfr. Mt 16:18; Lu 22:31 ss.)”.

            Il testo classico della dottrina romana si trova nella “Constitutio dogmatica prima de Ecclesia Christi” (Concilio Vaticano del 1870).

            Il testo vaticano afferma di fondarsi sulla testimonianza dell’evangelo e dichiara che l’Investitura a Pietro è una manifesta dottrina delle sacre Scritture. Infatti, secondo le testimonianze dei passi neotestamentari citati (tra i quali il famoso “Tu sei Pietro” di Mt 16:16-19 e “Pasci i miei agnelli, pastura le mie pecore” di Gv 21:15-17), il testo dice che “è stato da Cristo Signore promesso e conferito immediatamente e direttamente al beato apostolo Pietro non solo un primato di onore, ma un vero e proprio primato di giurisdizione; egli è stato da Cristo stabilito principe di tutti gli apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante”. E il testo termina con il perentorio avvertimento: “Chi nega questo, sia anatema”.

            In effetti, le asserzioni riportate nel testo vaticano ebbero origine nel Medioevo, per giustificare ed assecondare le ambizioni dei vescovi di Roma. E comunque, la lettura dei documenti neotestamentari induce ad escludere con assoluta certezza che l’apostolo Pietro venisse nel secolo apostolico considerato il fondamento ed il capo della Chiesa, con autorità di giurisdizione sugli altri apostoli e su tutta quanta la Chiesa, nel modo in cui l’intende la Chiesa Romana.

 

            Considerazioni conclusive

 

   a) Il colloquio personale con Gesù. Che significa veramente essere cristiani? E’ una domanda che molti si pongono. Ebbene, qui l’autore del IV Vangelo conclude il suo lavoro dopo aver descritto molti “segni e miracoli” compiuti da questo grande personaggio, Gesù di Nazaret, che era in realtà il Messia (il Cristo), il Salvatore del mondo, ed invita tutti i lettori a credere in lui per avere la vera vita (20:30,31). E poi aggiunge un Epilogo. Ci aspetteremmo a questo punto un finale veramente grandioso; e invece troviamo una conversazione a tu per tu fra Gesù e un discepolo alquanto screditato. Perché il Cristianesimo in definitiva è proprio questo: uomini e donne che vengono, uno ad uno, ad incontrare Gesù in un’esperienza che trasforma la loro vita.

 

   b) Solo se si ama Gesù lo si può seguire. La martellante domanda di Gesù mette alle strette Pietro, e fa affiorare per la prima volta alla sua coscienza una verità che fino ad allora aveva percepito solo a livello emozionale: egli in realtà ama Gesù. In effetti, l’interrogatorio ha rattristato Pietro, ma è pur vero che le risposte di Pietro hanno deluso Gesù: Pietro amasoltanto secondo il verbo fileo e non secondo il verbo agapao. Tuttavia Gesù si accontenta e, dopo avergli lasciato intravedere l’imminente metamorfosi da discepolo irruente e ribelle a testimone obbediente e fedele fino a pagare con la vita il prezzo del suo amore per Cristo, gli dice: “Seguimi”. In effetti, Gesù affida a Pietro un bene preziosissimo, “i suoi agnelli e le sue pecore”, e ciò che dovrà spingere Pietro a prendersene cura sarà soltanto l’amore per il Signore (non quindi la volontà di primeggiare, o il senso di un dovere da compiere, cfr. 1 P 5:2,3).

            Se svolgiamo un servizio nella nostra comunità, da quale motivazione ci sentiamo spinti?

 

   c)  Quand’eri più giovane, andavi dove volevi. Abbiamo visto qual è il significato di cingersi. Quando si decide di servire il Signore, non bisogna andare dove si vuole, ma dove il Signore ci manda. Pietro era impulsivo per carattere, e amava prendere delle decisioni indipendenti. Ma ora non può più fare a modo suo. Se il Signore gli dice “Seguimi”, deve andare dietro di Lui, anche dove “non vorrebbe”.

 

   d) Glorificare Dio con la vita e con la morte. Pietro ha appena ricevuto l’annunzio del proprio martirio. Non ha più dubbi ormai: è stato riabilitato ed ha un piano predisposto fino alla fine dei suoi giorni. E qual è la sua reazione? Vedendo arrivare il suo amico Giovanni, chiede al Signore: “E di lui, che sarà?” (21). Ma la risposta di Gesù è sorprendentemente secca e tagliente: “Che te ne importa? Tu, seguimi”.

            Che cosa può significare questa frase per noi? Forse, che nel servire il Signore non dobbiamo guardare a ciò che fanno gli altri. Per esempio, non dobbiamo desiderare per noi lo stesso mandato che è stato affidato ad altri; oppure non dobbiamo pretendere, se abbiamo ricevuto una chiamata speciale, che altri vi si adeguino (o peggio, criticarli se non lo fanno). Dio ha un piano personale per ciascuno di noi. L’importante per noi non è tanto sapere quale sarà la fine che ci toccherà (forse nessuno di noi sarà chiamato al martirio), ma che con la nostra vita e con la nostra morte riusciamo veramente a “glorificare Dio”.

 

 

 

                                                                                    Davide Valente

 

LA VITA CRISTIANA NELLA FAMIGLIA E NEI RAPPORTI DI LAVORO

 

LA  VITA  CRISTIANA  NELLA  FAMIGLIA 

E  NEI  RAPPORTI  DI  LAVORO

(Efesini 5: 21 - 6: 9)

 

            I valori e i principi evangelici che caratterizzano il credente, non hanno una validità che si limita solo all’ambito della chiesa, ma anche alle relazioni di coppia, al rapporto fra genitori e figli e fra datori di lavoro e dipendenti. In altre parole, Paolo in questi passi condanna l’essere santo in chiesa e spietato ed egoista in casa e al lavoro. Per lui il credente deve essere un uomo che pensa, parla ed agisce nello stesso modo ovunque si trovi.

 

            1)  La vita matrimoniale  (Efesini  5: 21-33)

 

            Spesso questo passo viene letto a partire dal v. 22  (Mogli siate soggette ai vostri mariti, ecc.), traendone occasione per puntualizzare diritti e doveri e sottolineare bene la sottomissione della moglie all’autorità del marito. Così facendo, l’ottica viene falsata. Sarà molto più opportuno inserire il brano nel contesto, e partire dai versetti che precedono per mettere nella giusta prospettiva quelli successivi: “Camminate nell’amore” (2), “Siate ripieni dello Spirito” (18b), e soprattutto “Sottomettendovi gli uni agli altri nel timore (= nel rispetto) di Cristo” (21).

            A questo punto il marito, anziché compiacersi dei propri diritti e pretendere che la moglie osservi i suoi doveri, farebbe bene a chiedersi: “Quali sono i miei doveri, e i diritti di mia moglie?”. (Ovviamente il discorso è reciproco, cioè vale anche per la moglie nei riguardi del marito).

            La sottomissione dell’uno verso l’altro, applicata alla coppia matrimoniale (che è una comunità in miniatura), potrà poi più facilmente estendersi alla chiesa (“Per mezzo dell’amore, servite gli uni agli altri”, Galati 5:13b).

            Senza voler eludere ciò che Paolo dice sui rispettivi ruoli del marito e della moglie, sarà dunque opportuno sottolineare che entrambi hanno il dovere di amare e di servire, secondo l’esempio di Cristo, che è un modello tanto per il marito quanto per la moglie (23, 25). E la intensità del rapporto sarà tale che il marito e la moglie non potranno più pensare ad agire in termini di uno contro uno, ma di due insieme.

            Il lungo discorso che Paolo fa in questo brano della lettera agli Efesini (che in realtà era una circolare) riguardo al marito e alla moglie cristiani, è riassunto in due brevi versetti della lettera ai Colossesi (che, come abbiamo visto nell’Introduzione, fu scritta contemporaneamente ad essa): Mogli, siate soggette ai vostri mariti, come si conviene nel Signore. Mariti, amate le vostre mogli, e non v’inasprite contro a loro (Colossesi 3: 18,19). La significativa espressione nel Signore sta a ricordare che per il credente le relazioni di coppia devono essere considerate dal punto di vista di questa fondamentale relazione con Cristo.

            Il legame matrimoniale sarà dunque così forte e profondo, che Paolo lo paragona addirittura a quello che esiste fra Cristo e la Sua Chiesa. (Si inserisce qui una meravigliosa illustrazione della Chiesa. E’ di grande interesse notare l’abisso tra le deficienze della Chiesa quali attualmente ci appaiono  -  dispersa, nascosta, divisa, infedele, corrotta  -  e le perfezioni descritte nel v. 27   -  gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile, santa e irreprensibile  - . Estendendo la considerazione che l’Apostolo fa nel v. 32, possiamo dire che veramente “questo mistero è grande!”).

            Ma il discorso su Cristo e la Chiesa da parenetico (parènesi =  esortazione, ammonizione) si fa teologico, e pertanto richiede un certo sforzo per essere seguito. Paolo ha in mente il matrimonio di Dio con Israele, di cui aveva parlato Ezechiele (16:7 ss), matrimonio seguito da un abominevole tradimento dell’amata; e tuttavia un matrimonio che sarà ristabilito in tutta la sua dignità in tempi futuri, secondo Osea (2:16) ed Isaia (54:4 ss; 62:4 ss). La relazione di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa, è dunque vista da Paolo come l’adempimento di quella profezia: l’era della Legge ha lasciato ormai il posto ad un’epoca nuova, nella quale il Celeste Sposo fa dono di Sé alla sposa per amore (25), e lo scopo e l’effetto della Sua opera sarà di togliere questa sposa (la Chiesa) dalla sfera del peccato, portandola in quella della santità (27).

            L’applicazione dell’insegnamento teologico sfocia nella strana espressione amare le mogli come i propri corpi, a proposito dell’amore dei mariti. (Paolo vuol mantenersi aderente all’analogia, e poiché Cristo ama la Chiesa, così egli parla dei mariti che devono amare le mogli, e non dice mai alle mogli che esse devono amare i loro mariti; ma, ripetiamo, questo ragionamento non deve fuorviarci: il dovere dell’amore è reciproco). I verbi che Paolo usa, nutrire e curare teneramente (29), significano grande sollecitudine, protezione, affetto, e tangibile e pratico sostentamento. (Essi erano stati impiegati nell’Antico Testamento, a proposito della sollecitudine di Dio per il Suo popolo, cfr Isaia 1:2). Come i loro propri corpi: la cura di se stessi non è un sentimento passeggero, ma qualcosa di innato in ogni essere umano. E’ la legge naturale dell’autoconservazione. Ora, dal momento che i due diverranno una stessa carne (31), il marito che non cura la moglie è come se odiasse se stesso (la stessa cosa vale per la moglie nei riguardi del marito). Pensare ed agire in modo autonomo ed egoistico, è dunque la negazione stessa del legame matrimoniale.

            Concludendo, merita di rilevare che Paolo non fa riferimento in questo brano all’amore naturale (eros), con tutte le sue connotazioni affettive e sessuali (che pure è presente e sottolineato in tanti altri passi della Scrittura). Egli vuole parlare soltanto dell’amore cristiano (agàpe), il cui esempio supremo è in Cristo; amore che cerca in primo luogo il bene della persona amata, e non la soddisfazione che la relazione con l’altra persona può procurargli.

 

            2.  La relazione tra padri e figli  (Efesini  6: 1-4)

 

            Innanzitutto, i rapporti tra i genitori cristiani e i loro figli devono essere regolati nel Signore, cioè nell’amore, nell’umiltà e nell’ascolto della Sua Parola.

            Quanto ai figli, la loro ubbidienza deve essere governata dal fatto che essi stanno nella posizione di figli (“perché ciò è giusto”, v. 1). Ma questa è un’ubbidienza accettabile soltanto se si ritiene che la signoria di Cristo sia l’interesse supremo della vita!.

            Sulle tecniche dell’educazione sono stati scritti innumerevoli libri. Di volta in volta, in ambiente cristiano, sono stati propagandati i sistemi coercitivi, legati alla saggezza del buon tempo antico, citando a sostegno ben noti passi biblici, quali “Non risparmiare la verga...”, ecc. All’estremo opposto, troviamo la deleteria filosofia del rispetto della libertà di scelta, secondo la quale l’individuo non dovrebbe essere costretto e condizionato in nessun modo, nemmeno nell’età infantile.

            Senza ombra di dubbio, il tema che Paolo affronta in questo brano ha una forte rilevanza sociale. Sono sotto gli occhi di tutti i risultati di un decadimento dei valori della famiglia, che stanno deteriorando anche i rapporti sociali. La “mancanza di affetto naturale” e la “disubbidienza ai genitori” vengono identificate da Paolo come cause della depravazione morale (cfr Romani 1:30,31; 2 Timoteo 3:2).

            Tuttavia, la pur doverosa ubbidienza dei figli deve essere considerata accanto ad un’educazione dei genitori che rifugga da dannose durezze ed ostentazioni autoritarie (v. 4). Il genitore deve stare in guardia, in modo da non scoraggiare il figlio facendo richieste irragionevoli , o avendo un comportamento troppo brusco, o umiliando il figlio in presenza di altri, o trattando il figlio in qualsiasi altro modo che manchi di comprensione. L’eccessiva severità può abbatteretalmente il morale che il figlio perderebbe tutto il suo coraggio in una lotta impari. L’educazione deve mirare piuttosto, e soprattutto con l’esempio, ad allevare e formare nel timore del Signore (cioè nel rispetto della volontà di Dio).

                (Varie difficoltà possono sorgere quando i figli ricevono ordini contrari alla loro coscienza. Questo accade, per esempio, quando genitori non credenti si oppongono ai figli che hanno deciso di  seguire la via della fede. Ma Paolo sta parlando soltanto dei rapporti in una famiglia cristiana!).

                Senza voler essere categorici, prendiamo nota che, nel passo esaminato, non sono considerate alternative alla funzione dei padri (e delle madri). Questo ci deve far riflettere, di fronte alla moderna tendenza di delegare l’educazione morale dei figli a strutture specializzate esterne (scuola in genere, scuola domenicale, ecc.).

 

            3.   I rapporti di lavoro   (Efesini  6: 5-9)

 

            La trattazione di Paolo riguarda in modo specifico la relazione tra padroni e schiavi. Il soggetto viene sviluppato anche nella lettera ai Colossesi, per cui, a scopo di confronto, riportiamo fianco a fianco i due testi.

 

 

Efesini 6:5-9

 

Colossesi 3:22 - 4:1

 

 

Servi, ubbidite ai vostri signori secondo la carne, con timore e tremore, nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo,

 

non servendo all’occhio come per piacere agli uomini, ma, come servi di Cristo, facendo il voler di Dio d’animo;

 

servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini;

 

sapendo che ognuno, quand’abbia fatto qualche bene, ne riceverà la retribuzione dal Signore, servo o libero che sia.

 

 

E voi, signori, fate altrettanto rispetto a loro; astenendovi dalle minacce,

 

sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo,

 

 

e che dinanzi a lui non v’è riguardo a qualità di persone.

Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne, [con semplicità di cuore, temendo il Signore *];

 

 

non servendoli soltanto quando vi vedono come per piacere agli uomini [*].

 

Qualunque cosa facciate, operate di buon animo, come per il Signore, e non per gli uomini;

 

sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità.

[**]

 

Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo,

 

 

sapendo che anche voi avete un Padrone nel cielo.

[Servite a Cristo il Signore!

 

Poiché chi fa torto riceverà la retribuzione del torto che avrà fatto; e non ci son riguardi personali  **]

 

 

      (Nel testo di Colossesi sono state effettuate alcune trasposizioni evidenziate dagli asterischi)

 

            La schiavitù era veramente un grosso problema per i cristiani dell’epoca apostolica: lo schiavo era considerato un bene mobile, poco differente dall’animale da soma e perciò privo di qualsiasi diritto. Paolo non incita gli schiavi a ribellarsi (sarebbe stata un’azione suicida nel mondo dell’Impero Romano del 1° secolo, ove la schiavitù era stabilita per legge); egli tuttavia li considera come persone. Infatti Paolo si rivolge agli schiavi cristiani come a membri responsabili nella chiesa; e non si limita ad emanare ordini e proibizioni, ma fornisce anche spiegazioni, presupponendo che coloro che ascolteranno la lettura della sua lettera saranno in grado di comprendere e di fare scelte morali.

            Possiamo ravvisare nella trattazione di Paolo tre principi generali:

  -  Il principio più importante è la signoria di Cristo. Essa sarà in grado di trasformare la qualità del servizio reso, e darà coraggio allo schiavo che dovesse sopportare un duro trattamento. Inoltre, la signoria di Cristo metterà un freno alla tendenza del padrone ad essere ingiustamente oppressivo.

  -  Il secondo principio, già visto prima, è quello di considerare gli schiavi come persone.

  -  Il terzo principio è quello della reciprocità: la richiesta di una ubbidienza completa da parte degli schiavi ha come contropartita un trattamento onesto (giusto ed equo) da parte dei padroni.

 

            Mutati i termini, le esortazioni di Paolo conservano ancora oggi tutto il loro valore. Quante volte, come lavoratori dipendenti, ci siamo comportati bene solo in apparenza, “per servire all’occhio”! (v. 6). L’esortazione è perentoria: “Dovete prestare la vostra opera come se serviste il Signore!” (v. 7). E se per caso, nella scala gerarchica del lavoro, abbiamo a nostra volta dei dipendenti, cioè siamo superiori di qualcuno, non abusiamo dell’autorità che ci è stata concessa, umiliando e minacciando gli altri!. Che cosa siamo, in fondo, noi e loro, di fronte all’autorità del Supremo Padrone, il Signore che è in cielo?

 

La lettera a Filemone

 

LA  LETTERA  A  FILEMONE

  

Perché Paolo scriveva

 

       Paolo usò della parola viva, come forse nessun altro apostolo. Luca negli Atti lo rappresenta come un instancabile predicatore nelle sinagoghe giudaiche, nelle assemblee cristiane, davanti ai dotti dell'Areopago, in presenza delle autorità romane e perfino davanti ai re, come Erode Agrippa. Prima di dare il seguente consiglio al discepolo Timoteo (2 Timoteo 4:2), l'aveva praticato bene egli stesso e continuò a praticarlo, pur trovandosi in carcere: Predica la Parola [di Dio], insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole; convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza. In lui era intima la persuasione d'aver il compito di diffondere il Vangelo, perché la predicazione è condizione indispensabile per portare gli uomini alla salvezza: Non posso vantarmi se annunzio la Parola del Signore. Non posso farne a meno, e guai a me se non annunzio Cristo. (1 Corinzi 9: 16).

     Era tanto il suo ardore di predicare il Vangelo, o di esortare e convincere i credenti, che quando si trovò impedito a farlo con la parola parlata, non esitò a ricorrere alla parola scritta. Di qui le lettere che inviò ad alcune comunità cristiane, o ad alcuni servitori, già suoi discepoli, come Timoteo e Tito, o ad amici, da lui portati al Signore, come a Filemone.

     E’ ben noto che non tutte le lettere scritte da Paolo ci sono pervenute. Sappiamo, per esempio, che ai Corinzi ne scrisse tre, mentre ce ne sono rimaste solo due. La raccolta che è entrata fin da principio fra i libri ispirati del Nuovo Testamento ne comprende tredici (o quattordici, se consideriamo di Paolo anche quella agli Ebrei). Alcune sono lunghe (Romani, Corinzi), altre sono più brevi, come quelle ai credenti di Tessalonica e a quelli di Filippi; una poi è tanto breve che si potrebbe chiamare addirittura una cartolina: è appunto quella a Filemone, di cui dobbiamo parlare. Tutte queste lettere ora fanno parte della Scrittura, la rivelazione di Dio, e faremmo bene a leggerle come se l’Apostolo le avesse scritte anche per noi.

 

La fuga dello schiavo Onesimo

 

         Per un proficuo studio della lettera a Filemone sarà assai utile un’introduzione, che qui andiamo ad esporre in forma narrativa.

     Nell'Asia Minore, e precisamente nella città di Colosse viveva una famiglia benestante, composta di due sposi, Filemone e Appia, e d'un figlio, Archippo. Come tutte le famiglie ricche, possedeva un certo numero di schiavi, i quali generalmente erano povere creature anche dal punto di vista morale: ladri, ubriaconi, falsari, ecc. Uno di questi schiavi aveva nome Onesimo, parola che in greco significa Utile e che veniva usata per indicare appunto gli schiavi, comperati e venduti solo in vista della loro utilità. Costui dunque un bel giorno ne fece una grossa: rubò, pare, una grossa somma al suo padrone e prese il largo. Secondo il costume dell’epoca, in simili casi, gli schiavi erano puniti con le verghe o con la morte.

     Onesimo si recò sulla costa e lì attese una nave che lo portasse dove poteva starsene nascosto. Secondo il proverbio che dice che la massima città è la massima solitudine, il posto classico per nascondersi allora era Roma. Giuntovi, il fuggitivo spese quel poco o molto che gli restava del denaro rubato e, dopo un certo tempo, finì con incappare nell'autorità che, forse per altri delitti, lo mise in carcere. E in carcere, certamente per azione della Provvidenza divina, s’imbatté con l'Apostolo Paolo.

     (Sappiamo che Paolo visse due volte a Roma come prigioniero. La prima è quella di cui parla l'ultimo capitolo degli Atti. Costretto ad appellarsi a Cesare, per sfuggire alle insidie dei Giudei, era stato trasferito da Gerusalemme a Cesarea e da Cesarea, a spese dell’impero e con una scorta, per nave fino a Pozzuoli, vicino a Napoli; poi, lungo la via Appia Antica, fino a Roma. Qui, in un locale, preso in affitto, sorvegliato però sempre da un soldato (custodia militare), per due anni Paolo attese che si facesse il processo presso Nerone. Costui però aveva altro da pensare che a quel piccolo ebreuccio, e probabilmente il processo non ebbe luogo. Così l'Apostolo fu liberato, dopo quei due anni dei quali parlano gli Atti, che s'interrompono precisamente con questo accenno. Quando poi Paolo tornò a Roma per la seconda volta, vi subì il martirio, ma questo non è raccontato nel Nuovo Testamento).

     Paolo in quella prima prigionia aveva dunque una certa libertà di movimenti, perché sappiamo dagli Atti che ebrei e cristiani l'andavano a trovare per discutere con lui. Però siamo costretti ad ipotizzare che in quei due anni l'ApostoIo dovette subire qualche periodo di più rigorosa prigionia, in locali vicino al pretorio che era attiguo al palazzo di Nerone. Forse in uno di questi periodi conobbe lo schiavo Onesimo, che gli parlò della sua fuga, del furto, e gli riferì il nome della città, Colosse, e il nome del suo padrone, Filemone. Pensiamo ora alla meraviglia del povero schiavo, quando s'accorse che quell'ebreo, compagno di prigione, conosceva il suo padrone!

     (E’ noto che Paolo non fu mai a Colosse, quindi dobbiamo pensare che avesse conosciuto Filemone ad Efeso, dove gli abitanti dell'interno si recavano frequentemente per commercio. Sappiamo che Paolo dimorò tre anni in Efeso e che vi ottenne tali e tante conversioni da mettere in crisi l'industria dei fabbricanti di statuette rappresentanti Diana, la grande patrona del tempio e della città. Toccati nel soldo, quei fabbricanti organizzarono un comizio contro Paolo, a cui per fortuna egli non prese parte  -  l’avrebbero forse linciato  -  e che fu poi sciolto per ordine dell'autorità. Fra i convertiti per la predicazione di Paolo in quel soggiorno efesino, bisogna dunque mettere Filemone con la moglie Appia e con il figlio Archippo).

 

 

Il colloquio tra Paolo e Onesimo

 

          Ritorniamo a Roma e immaginiamoci il dialogo di Paolo con lo schiavo scappato.

 

  - Il tuo nome significa utile  -  dice Paolo.

  - Io però non fui utile al mio padrone  -  risponde Onesimo.

  - Perché?

  - Perché lo derubai e poi fuggii.

  - Poveretto... Fosti cattivo e m'ispiri molto affetto, perché forse hai operato per ignoranza, come feci io, quando combattevo contro Colui che ora è tutto il mio amore...

  - Chi è?

  - Cristo.

  - Il nome non mi è nuovo. Mi pare d'averlo udito ripetere in casa del mio padrone a Colosse.

  - Colosse?

  - Sì. Perché tale meraviglia? Ci sei stato?

  - No; ma ho là dei buoni amici, Filemone, Appia, Archippo... Diventi pallido? Taci? Perché?

  - Perché quelli erano i miei padroni...

 

     Potremmo continuare con un pizzico di fantasia questo dialogo, che comunque più o meno dovette svolgersi cosi. Di parola in parola, nel povero cuore di Onesimo maturò il senso di colpa, seguito dal pentimento, e poi dalla fede in Gesù, che lo avrebbe perdonato e salvato. In seguito, quando Paolo lo battezzò, Onesimo da schiavo prigioniero e colpevole si sentì come un fratello dell’Apostolo, che prese a considerarlo come suo figlio spirituale amatissimo!

 

 

L’occasione della lettera a Filemone

 

      Uno spiraglio delle successive conversazioni tra Paolo e Onesimo ci è stato conservato, e lo possiamo dedurre dalla lettera a Filemone.

     (A questo punto bisogna ancora supporre che Onesimo avesse scontato la pena, altrimenti egli non avrebbe potuto lasciare Roma).

 

  - Onesimo, ora che sei libero tu devi ritornare a Colosse  -  dice Paolo.

  - Io ritornare dal mio padrone? Mi punirà  -  risponde Onesimo.

  - No, Onesimo: egli è un vero cristiano, come ora sei tu. Egli ti perdonerà come ti ha perdonato Dio e ti riceverà come un fratello. Lascia fare a me. Egli mi fece dire che desiderava venire a Roma per aiutarmi nella mia prigionia...

  - Ma caro Paolo, ci resto io per lui...

  - Sarebbe un'idea buona, ma non posso accettare questo servizio, senza il suo consenso. Va dal tuo padrone e se egli poi vorrà rimandarti a me, ritorna pure e sarà per me un conforto.

  - Ma sei sicuro che mi perdonerà? Il furto fu grosso, tu lo sai...

  - Lascia fare a me. Ti farò una... cambiale, con cui il debito tuo passerà a mio carico... Del resto, Filemone mi è debitore, ma altro che di denari...

  - Hai ragione, Paolo. Perdona se ho dubitato: sono giovane nella fede, e mi riesce assai difficile pensare da uomo libero, io che fui per tanti anni schiavo di Satana, del peccato, e anche dei miei padroni...

  - Prima che essi diventassero cristiani. Dopo la tua fuga, essi si convertirono per la misericordia di Dio, che parlò loro per la mia povera voce, e ora sono servi di Cristo e quindi ancor più liberi di quando erano liberi; liberi come te, che da schiavo del peccato ti sei fatto schiavo di Cristo e quindi libero...

 - O Paolo, mio padre dolcissimo...

 - Onesimo, mio figlio carissimo...

 

     A questo punto viene chiamato lo scriba, e Paolo detta la lettera a Filemone, alla presenza di Onesimo. Possiamo immaginarci il volto di quest’ultimo, man mano che le parole uscivano dalla bocca dell'apostolo e si fissavano sul papiro.

 

 

Il testo della lettera

 

      Leggiamo ora insieme la lettera, non più supponendo, ma con la più ferma certezza d'udire la voce dell’Apostolo, che rendiamo dal testo originale greco, chiarendo con parentesi quadre certi rapidi passaggi, tanto caratteristici dello stile unico di Paolo.

 

     Paolo, prigioniero [per amore e servizio del Vangelo] di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, [scriviamo] al caro Filemone, nostro collaboratore [nell'opera del vangelo] e ad Appia, [nostra] sorella [nel lavoro per la fede] e ad Archippo, nostro compagno [nel santo combattimento per le anime] e all'assemblea dei fedeli che si riunisce in casa tua [o Filemone]. [Auguro] grazia a voi e pace da [parte di] Dio [che è] nostro Padre e da [parte di] Gesù Cristo [che è nostro] Signore.

     Io ringrazio continuamente il mio Dio, ricordandomi di te nelle mie preghiere, perché sento parlare dell’amore e della fede che hai  verso il Signore Gesù, e [che pratichi a vantaggio] di tutti i cristiani. Chiedo a Lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo.

     Infatti ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché per opera tua, fratello, il cuore dei santi [e in particolare il mio] è stato confortato.

     Per tutte queste ragioni io, Paolo, semplicemente [così come sono], vecchio e per ora anche prigioniero [per amore] di Cristo Gesù, preferisco pregare te in nome dell’amore, anziché comandarti in nome di quella piena libertà che mi viene dalla fede in Cristo. E ti prego [non per me ma] per un mio figlio che ho generato [alla fede], mentre ero in catene: [costui è] Onesimo [che tu ben conosci, purtroppo!]. Egli, [che secondo il suo nome avrebbe dovuto esserti utile] fu [invece] molto disutile per te, ma ora è Utile [assai] per te e per me. Te lo rimando dunque, [io] che [lo] amo, come [se ti rimandassi] il mio cuore [e tu ricevilo come se ricevessi il mio cuore]. Veramente pensavo di trattenerlo presso di me, affinché mi assistesse in nome tuo, ora che sono in prigione a motivo del Vangelo; ma non ho osato farlo senza il tuo consenso, perché desidero che il tuo eventuale beneficio sia spontaneo e non già forzato. Egli forse si allontanò da te per un breve tempo, affinché tu lo riacquistassi per l'eternità, e non già come si riacquista uno schiavo, ma come si riacquista qualche cosa di più che un servo, cioè come si riabbraccia un fratello, che è carissimo a me e tanto più deve essere caro a te, sia come uomo, sia come credente.

     Dunque, se tu consideri me come unito a te nella fede, accogli [Onesimo] come accoglieresti me stesso. Se poi [ritieni che] egli ti ha offeso o è debitore verso di te di qualche cosa, metti tutto a mio conto!

     A questo punto, Paolo prende lo stilo dello scriba e, forse con malcelato sorriso, scrive a lettere grosse:

      Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io!

     Poi restituisce lo stilo e continua a dettare.

     Ma che pagherò! Dovrei dirti invece che tu sei debitore a me, e non debitore di danaro, ma debitore addirittura di te stesso! [Fuor di metafora] o fratello, fa' in modo che da te io colga questo soavissimo frutto nel Signore: consola il mio cuore in Cristo [cioè accogli e perdona Onesimo].

     Come vedi, ti scrivo con la piena fiducia che tu mi obbedirai, convinto anzi che farai ancor più di quello che ti domando.

     A proposito, tieni preparata per me la tua casa, perché spero che le vostre preghiere mi ottengano la grazia di rimandarvi a voi.

     Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia [per l'amore] in Cristo Gesù; ti salutano Marco, Aristarco, Dema e Luca, [che sono] miei collaboratori [nel servizio per il Signore].

     La grazia del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito vostro.

 

     Figuriamoci ora Onesimo che si getta al collo dell’apostolo e poi parte per l'Asia, con un certo Tichico che con la lettera ai fedeli di Colosse e la circolare a noi nota come lettera agli Efesini, portava anche questo gioiello tra i gioielli paolini: la lettera a Filemone!

 

 

 

 

Onesimo, un simbolo per noi

 

Il fatto di questo schiavo che fugge cattivo e ritorna buono può rappresentare anche un simbolo, pur essendo un fatto storicissimo. Tutti noi eravamo degli Onesimi, cioè disutili e fuggitivi da Dio; tutti noi siamo andati viaggiando lontani da Lui, finché ci siamo imbattuti in Cristo Salvatore e Signore, annunziatoci per mezzo di qualche suo fedele servitore. Fu allora che il nostro cuore cambiò e ci ritrovammo riconciliati con Dio Padre, al quale siamo ritornati con una divina raccomandazione: quella di essere considerati come il cuore (il frutto del suo tormento, Isaia 53:11) del Redentore, che si era accollato il nostro debito .

 

 

 

La lettera a Filemone, un capolavoro

 

     Questa splendida lettera è rivelatrice della ricca e complessa personalità di Paolo: severo come un padre, tenero come una madre, con una simpatica vena di umorismo. Molti studiosi hanno levato cori di lodi verso questo capolavoro. Lutero: questa lettera è un perfetto ed amabile modello dell’amor cristiano. Calvino: è un quadro vivente di gentilezza.

 

 

 

La lettera a Filemone e il problema della schiavitù

 

    Vogliamo infine parlare di questa lettera come documento del duplice metodo che adoperò la chiesa primitiva di fronte alla schiavitù. Agli schiavi, diventati cristiani, veniva imposto l'obbligo di rendere fedele servizio ai padroni, anche se cattivi, con la chiara preoccupazione di separare l’insegnamento pratico da ogni forma di rivoluzione sociale, a base di ribellioni, di uccisioni e di sommosse (alla maniera di Spartaco!).

     Ma contemporaneamente, ai padroni si proclamava senza timore la grande verità dell'universale fraternità cristiana, mediante la quale veniva a morire di diritto e di fatto ogni forma di schiavitù. I padroni cristiani, come Filemone, dovevano vedere negli schiavi convertiti altrettanti fratelli, degni di tenero amore.

     Con rammarico dobbiamo constatare però che quest’ultima lezione non fu affatto compresa nel corso dei secoli, sia in campo cattolico che protestante. Basti ricordare per tutti il tristissimo e scandaloso comportamento dei proprietari terrieri nordamericani, sedicenti cristiani, verso gli schiavi negri convertiti, con tutto il seguito di sofferenze di questi ultimi, ben documentato dagli spiritual, che tuttora ci fanno fremere di sdegno.

     Potremmo concludere: Si fa presto a dire di essere cristiani !

 

 

                                                                       Davide Valente

 

Franco

Mi chiamo Franco e, da poco mi sono convertito al Signore Gesù, il quale a dire la verità mi ha aiutato in diverse occasioni della mia vita, non chiedendomi mai niente in cambio e, senza che io mi accorgessi minimamente di Lui. Racconterò successivamente solo le più importanti.

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